01 ottobre 2016

Leopardi e il suo infinito

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Simbolo dell'infinito in matematica
L'INFINITO lo abbiamo ritrovato anche in una poesia di un poeta italiano, Giacomo Leopardi
In prima lettura siamo andati a caccia delle parole che in qualche modo ci sembravano collegate alla nostra conversazione di mercoledì sull'infinito 
L'infinito in grammatica
di Zenone e Aristotele.

Abbiamo scoperto che anche Leopardi ha pensato a spazi senza fine e al mare immenso: anche a lui immaginare l'infinito è sembrato bellissimo e un po' pauroso!



L'INFINITO

Sempre caro mi fu quest’ermo colle,

e questa siepe, che da tanta parte

dell'ultimo orizzonte il guardo esclude.

Ma sedendo e mirando, interminati

spazi di là da quella, e sovrumani

silenzi, e profondissima quiete

io nel pensier mi fingo; ove per poco

il cor non si spaura. E come il vento

odo stormir tra queste piante, io quello

infinito silenzio a questa voce

vo comparando: e mi sovvien l’eterno,

e le morte stagioni, e la presente

e viva, e il suon di lei. Così tra questa

immensità s’annega il pensier mio:

e il naufragar m’è dolce in questo mare.


                                                                         Giacomo Leopardi



Ma chi era Giacomo Leopardi?
Ecco quello che abbiamo capito noi!
(Prova di ascolto)

Word cloud del nostro testo: la parola più usata è NON...
Giacomo Leopardi era un poeta e gli piaceva leggere.
Viveva in un palazzo delle Marche a Recanati, suo padre si chiamava Monaldo e non lo faceva mai uscire e lo faceva studiare sempre.
Suo padre aveva la biblioteca più bella di sempre perché loro erano ricchi ma a lui non prestavano mai i soldi per andare via.
Sua madre non era molto gentile.
Giacomo aveva tutte le malattie compresa quella del respiro e per questo stava sempre in casa.
Non poteva andare nemmeno da sua sorella che si era sposata: lui era felice per lei ma gli mancava molto.
Aveva un giardino su un colle con una siepe e anche quando si affacciava alla finestra non vedeva niente. Allora lui si immaginava quello che c'era dall'altra parte.
Non poteva uscire con i suoi amici e la sua vita diventò molto triste e solitaria.
Un giorno decise di scappare con i suoi amici. Ma era sempre malato e poteva solo scrivere e leggere, anzi leggere non proprio perché ormai aveva letto quasi tutto.
Aveva una madre, un padre, una sorella e un fratello e lui voleva bene a tutti anche se non gli avevano fatto realizzare i propri sogni.
Alla fine andò a Napoli perché cercava il sole, ma per colpa dell'epidemia di colera morì molto giovane a 39 anni.
Qualcuno ha detto che è morto mangiando troppi confetti abruzzesi.
Le poesie rimasero custodite nel suo cuore e quelle sono le più belle mai scritte.


                                              (Testo collettivo della Quinta A)